Carlo Pitti e la nascita del ghetto ebraico a Firenze

Carlo Pitti e la nascita del ghetto ebraico a Firenze

A Firenze nel 1571, al compimento della costruzione del ghetto, uno dei primi d’Italia dopo quelli di Venezia, Roma e Ancona, un grande scudo mediceo venne posto sulla porta principale che si apriva sul Mercato Vecchio, oggi piazza della Repubblica. Era la prima del suo genere e solo in seguito altre simili vennero posizionate su quasi tutti gli ingressi centrali dei serragli: grandi lapidi di marmo sormontate dalle armi del signore locale e messe lì per tramandare il ricordo della prima volta in cui la città aveva segregato gli ebrei.
L’arme fiorentina era stata realizzata con cura. Oro e pietre preziose erano stati utilizzati per costruirne gli ornamenti: le “palle di loro Altezze, le pie soglie, scaglioni e navicelle” che simboleggiavano le battaglie combattute in nome della Fede Cristiana . Il novello Granduca Cosimo I, per ottenere dal Papa il titolo che lo elevava al di sopra di tutti gli altri regnanti italiani, aveva barattato gli ebrei accettando che venissero rinchiusi nei suoi colti ed illuminati domini.
Una scritta celebrativa ben visibile sottolineava l’enorme benevolenza del sovrano e di suo figlio, il principe Francesco, per aver accolto il popolo d’Israele invece di scacciarlo come avrebbe meritato.

Tre artigiani si erano alternati alla lavorazione dello scudo: lo scalpellino Francesco Ferruzzi per incidere le pietre, il “mettidoro” Bartolomeo di Battista per le dorature e un terzo collega rimasto senza nome nei diari di un oscuro funzionario a cui il granduca aveva affidato la costruzione del ghetto, Carlo Pitti. Di quest’uomo non si sa nulla nonostante si sia occupato di una vicenda che ha determinato ripercussioni storiche fondamentali. Consultando e interrogando il suo archivio, ho trovato una risposta: nessuno sa di lui perché è stato un cortigiano a cui venivano affidati incarichi segreti di cui non dovevano essere lasciate tracce. La questione ebraica rientrava nella rosa di tali uffici.
Orfano di padre, Carlo Pitti aveva dovuto occuparsi della famiglia e della propria carriera in un momento di grande incertezza politica. Cosimo de’ Medici era diventato regnante della Toscana da soli pochi anni e mancava ogni garanzia sulla tenuta della sua autorità. Carlo, imprenditore della lana di ottimi natali, aveva fatto di tutto per entrare nella schiera dei fedelissimi del sovrano, che, apprezzando i suoi servigi, aveva ricambiato conferendogli incarichi e impegni di governo nei settori chiave: da quello amministrativo, a quello finanziario, a quello giudiziario fino a quello assistenziale.
Fu in occasione di uno di questi compiti che all’improvviso la vita di Pitti si scontrò con quella degli ebrei, invitati anni prima in Toscana proprio dal Granduca per dare impulso al commercio e garantire il prestito interdetto ai cristiani per motivi religiosi. Gli venne ordinato di processare i banchieri e di cacciare dal dominio mediceo tutti gli israeliti, a meno che non avessero accettato di vivere reclusi in un quadrilatero al centro del capoluogo, trasformato in serraglio in brevissimo tempo. Un’opera architettonica con una facciata potente, e riservata che paradossalmente abbelliva e migliorava il cuore di Firenze, sede fino a poco tempo prima di palazzi fatiscenti.
Uomo volitivo e determinato, dotato di una completa indifferenza di fronte all’ingegneria del male.
Morì di un male incognito a sessantatré anni. Lasciò ai figli una cospicua eredità, oltre a una rilevanza sociale, che aveva conseguito infiltrandosi sapientemente nei ranghi più alti dell’aristocrazia di corte. Nella storia pubblica, invece, le sue tracce sono pochissime, avendo agito per lo più nell’ombra. Su quello scudo commemorativo, che aveva fatto costruire e piazzare sull’entrata del ghetto, niente lo ricordava. L’impresa gloriosa doveva rimanere circoscritta all’ambito granducale, tra oro, pietre preziose e navicelle allegoriche.

 

 

di Ippolita Morgese

autrice del libro Nessuno sa di Lui- Carlo Pitti, il vero artefice del ghetto ebraico di Firenze ( Le Lettere 2019)

 

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