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Con un saggio introduttivo di Renato Stopani
Nella prima parte del libro viene spiegato che non è affatto semplice coniugare esigenze di correttezza filologica con il gusto moderno; ma più che altro non è semplice calarsi, senza ipocrisia, nella scarsa disponibilità di strumenti e di ingredienti, nella stagionalità obbligata, nei tentativi quasi sempre mal riusciti di far durare il cibo e le materie prime raccolte fino al nuovo ciclo produttivo, esigenze che solo i nostri lontani antenati potevano concepire appieno, sulla propria pelle e su quella dei loro familiari. Questo libro è un andirivieni continuo tra il lontano passato e un presente che deve ancora imparare il doveroso rispetto per l’antica signora delle tavole medievali: la Fame, presente come spauracchio, ospite che potrebbe autoinvitarsi, anche nelle tavole più ricche. La seconda parte del lavoro poi è una prima ricognizione su quanto resta di “francigeno” nelle cucine tradizionali di Valle d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Emilia, Toscana, Lazio, Campania, Basilicata e Puglia, ovvero delle zone lungo le quali si è sviluppata quella serie di percorsi che oggi si cerca di trasformare in un unico tracciato chiamato “via Francigena”.
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Dalla rassegna stampa. Il Giornale 09.08.09
Dalla rassegna stampa. La Nazione 15.08.09
Dalla rassegna stampa. Civiltà della Tavola 01.09.09
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