In Cucina c’erano i Pirati- avventurosa lettera dalla quarantena

In Cucina c’erano i Pirati- avventurosa lettera dalla quarantena

 

Cara Renata,

In questi di giorni la sera sembra arrivare prima soprattutto quando arriva il momento di mangiare.
Anche ieri si era presentata per tempo accompagnata da una schiera di stelle. Mia mamma stava apparecchiando ed era pronta a tirare furi dal forno un bel pollo. Insieme a mio papà e mio fratello, ero abbandonato sul divano davanti alla televisione mentre mia sorella si lamentava, come tutte le sere, delle mancate attenzioni di Marietto, suo ultimo filarino, che neppure ieri le aveva scritto. Agata e Arturo, i due cani dormivano vicini. D’improvviso sentiamo trafficare dalla cucina: un calpestio e un rumore di cianfrusaglie che si muovono.
-Avete sentito? esclama allarmata mia sorella.
– Cosa vuoi che sia, sarà il classico ladro che non rispetta la quarantena- se la ride mio papà.
Mentre vado a prendere i sottopiatti in cucina e i tovaglioli nella dispensa, mi accorgo di un’ombra. Sicuro che si trattasse del nostro carlino che, come spesso succede , si perde perché ce lo dimentichiamo in giro. Alzo la tenda della dispensa e mi trovo davanti un uomo sulla cinquantina, alto con la pelle abbrustolita come il pollo che stava cuocendo in forno. Aveva i capelli ricci e indomiti color cenere, vestiva una giacca nera con disegni oro come quelle che portano i toreri e aveva dei calzoni a zampa d’elefante a strisce bianche e nere.
– Ragazzo! Non sai chi ti trovi davanti: Il Capitano Orazio Cera, nipote del grande Ardesio conquistatore delle Cinque Terre-.
Appena finito di elencare l’imponenza della sua genealogia, mi preme davanti al petto una sciabola. Non sembrava una classica arma d’assalto degli scassinatori moderni, era più una spada curva tipo vecchia scimitarra. Mi piacerebbe scriverti che di soprassalto presi un coltello da cucina e mi battei con coraggio, destreggiandomi con la vemenza di Sandokan e eleganza di Zorro. Mi limitai ad urlare aiuto e alzare la mani. Per un istante confidai nell’aiuto della cavalleria che non arrivò.

 

In quel momento il malvivente si mise dietro di me con la sciabola puntata sulla schiena e mi fece fare strada in salotto. Ritrovai la mia famiglia come l’avevo lasciata qualche minuto prima: mio padre e mio fratello sul divano e mia madre con mia sorella sedute a tavola, l’unica differenza è che erano legati con delle corde alle mani e con del nastro adesivo sulla bocca. In piedi c’erano tre sconosciuti: un signore con pochi capelli chiari che cadevano all’indietro come foglie in ottobre. Aveva dei calzoni blu di lino con una giacca a vento rossa. Dentro a paio di occhiali tondi e arancioni si muovevano due piccoli occhi azzurri dallo sguardo buffo. Il Capitano Cera si rivolse a lui:
Rugablu , che modi, levagli i bavagli siamo pur sempre gente di buone maniere-
Appena sbavagliati, mia mamma e mia sorella cominciarono a dimenarsi e urlare. Guardavo la scena con il Capitano Cera dietro che mi puntava la sciaboletta sulla schiena.
Mio papà provò a offrire al capitano il suo orologio subacqueo in carbonio senza riscontrare il minimo interesse. A quel punto Cera prese la parola e disse:
– Signore e signori non siamo bruti, se ci darete accesso alla vostra dispensa e cantina per qualche ora non vi toglieremo nemmeno un capello. Mia madre e mia sorella smisero di urlare.
Traghetto e Marinella andate nella dispensa e riempite il sacco con tutto quello che trovate.

Si rivolse agli altri due che erano in piedi. Un ragazzone con i capelli a zazzera e gli occhi scuri come il carbone. Sembrava pieno di natura di chili e di peli. Traghetto era il nome d’arte per la sua stazza. Marinella era una ragazza magra e alta. Aveva i capelli lunghi neri che le cadevano fino a metà schiena. Gli occhi bruni come il mare di Viareggio di notte, ci potevi annegare dentro. Il naso lungo e sottile, le mani affusolate e piene di anelli le davano un aspetto stravagante.

Presero un sacco della spezzatura e uscirono dalla cucina trascinandolo, era pieno fino all’orlo. Pensai che fosse una conseguenza della quarantena: la gente non aveva lo stipendio e si riverserà nelle case per prendere da mangiare, come ripeteva da giorni mia mamma. Ma questa combriccola stravagante aveva qualcosa di disperato e al tempo stesso di astratto. Sembravano sbarcati da terre lontane.
Marinella si accorse che c’era il pollo che continuava a girare in forno. Allora i quattro si sedettero a tavola avendo davanti mio fratello e mio papà di schiena e mia sorella e mia mamma legate sue due poltrone, mentre anche io ero stato seduto e legato vicino al Capitano Cera. Rugablu si accese una pipa, sposto e girò le sedie su ordine di Cera perché voleva conversare.
Aveva modi bruschi ma sembrava tenesse alle buone maniere.

 

 

  ( Porto Venere anni 60‘)

Mentre stava addentando il pollo il capitano Cera chiese:

-Sapete dirmi perché non ci sono più motoscafi che vanno alle Cinque Terre?-
Mio papà prese la parola e il coraggio necessario e spiego che la gente non usciva per fermare il contagio. Cera non capiva e chiese di raccontargli di più.
A quel punto mio papà con una perizia quasi scientifica gli spiegò tutta la storia del virus e le sue conseguenze.
Rugablu e gli altri non credevano ai loro occhi.

– Non ho paura del virus, noi siamo uomini di mare e corriamo insidie ben più grandi di un virus, esclamò Cera.

Rugablu tirava a grandi soffi la pipa e muoveva gli occhi azzurri sotto le sue lenti arancioni.

Cera sembrava pensare ad alta voce ed esclamò: “Questo significa che Porto Venere è deserta e sguarnita! Dobbiamo partire subito. Mia sorella impertinente chiese : “come mai volete andare a Porto Venere?”
– Vogliamo conquistarla – disse Traghetto
– Per mille sirene e galeoni- urlò Rugablu
– Ci riuscì solo mio nonno Ardesio a prendere tutte le Cinque Terre, la notte del 10 agosto del 54’ la sera di San Lorenzo. Riuscì a conquistarle tutte poi fu sorpreso da quei maledetti pinguini.
– Ah il Vecchio Ardesio, sospirò Rugablu nel fumo della sua pipa.
– Pinguini veri? Continuo imperterrita mia sorella. Rugablu disse che i pinguini erano la Guardia Costiera e li braccavano sempre.
Il capitano Cera ordinò a gli altri di prendere tutto e andare. Dovevano partire per assaltare Porto Venere. Prima bisognava andare a recupera la nave, l’ Abanera, ormeggiata nel porto di Viareggio.
A questo punto Traghetto si accorse di Loto, il nostro Carlino, che stava dormendo sotto la poltrona e respirava rumorosamente.
– Capitano è uno scaccia pinguini, si mise a urlare. Gli occhi di Cera si illuminarono
– Proteggerà la nave mentre noi assaliremo Porto Venere, prendetelo. Ordinò il capitano.
Mi piacerebbe dirti che lottammo per difendere il nostro carlino ma non abbiamo mosso un muscolo. Dopo averlo ereditato da mio nonno che lo aveva sempre confinato in giardino, Loto il nostro Carlino era pronto a salpare per la sua terza vita e difendere la nave dai pinguini della Guardia Costiera.
Cera, Rugablu, Traghetto e Marinella si congedarono senza aver preso niente che non avessero mangiato o bevuto eccetto il carlino.
Dopo averci liberato, non dicemmo più una parola e sgomenti andammo a dormire e rimandammo tutto alla mattina dopo.
E’ stata una notte di paura e di avventura. Una serata che non dimenticheremo quando in cucina abbiamo scoperto una ciurma di pirati.

 

( Veliero olandese)

Mi piacerebbe salutarti così dicendoti che è stata una storia vera che tramanderemo negli anni. La verità è che dopo aver mangiato il pollo siamo ritornati tutti davanti alla televisione. Ci siamo visti un film come la sera prima e quella prima ancora. Anche se a un certo punto mi è parso di vedere un’ombra dalla cucina.

Spero di vederti presto,

tuo Luigi

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