Un’ Isola in Città

Un’ Isola in Città

In mezzo ai giardini pensili del bosco verticale e ai palazzi brizzolati di Milano, c’è un ecosistema piccolo e ristretto in cui ogni cosa sembra essere al suo posto. Il quartiere si chiama Isola, nella zona nord della città, ci sono approdato casualmente. Una sera volevo portare Giorgia con cui mi frequentavo a scoprire la musica jazz. La bussola indicava il Blue Note. Avevo uno scarabeo nero sgangherato come scudiero che balbettava sempre prima di partire. Isola è una parte della città che ancora non conoscevo: evocava un senso di emancipazione da tutto il resto, ma anche di distacco. Sono passato a prendere Giorgia a Cadorna, abbiamo superato Parco Sempione e siamo passati per il teatro Smeraldo. Siamo scollinati per un ponte che attraversa la città avveniristica di Porta Nuova e i grattacieli che raccontano la trasformazione metropolitana. Dopo esserci incuneati nel grigio del nuovo, siamo arrivati in una strada con file di case uguali tra loro. Il senso di straniamento ci ha sopraffatti in mezzo a via Borsieri. Abbiamo parcheggiato il motorino per cercare un posto per l’aperitivo. Dall’autofficina vicina si alzava in aria una smart rossa., i garagisti e meccanici la guardavano sospesa prima di farla scendere. Poi abbiamo appoggiato le mani su una vetrina con dentro bonsai ancora più piccoli del solito: le scritte all’ingresso erano in francese. A ogni angolo eravamo catturati dalla fantasia dei negozi, sembra quel posto in cui ogni naufrago approda per cambiare e reinventarsi, seguendo un impeto ,uno sghiribizzo. L’isola dove tutti i colpi di testa e i progetti più astrusi prendono forma. Immagino che prima sia stata portata la comitiva di folli, artisti e solitari attorno a questi si è costruito lentamente il quartiere. Sono arrivati prima gli isolani e da un angolo di Milano ne abbiano tracciato la loro Isola.

 ( Via Borsieri, quartiere Isola Milano)

 

Isola si trova nella parte nord di Milano tra la fermata di Zara e Porta Garibaldi . Non fa parte di nessuno arcipelago: è una parte scollegata dal resto della città. Originariamente, era stata un distesa di prati e di cascine agricole che vennero annesse al comune solo nel 1873. La stazione Garibaldi separa il quartiere dalla città ed è frontiera di questo piccolo paese all’interno della metropoli.

  (  Quartiere Isola, anni 60′)

 

Il bar che abbiamo scelto per l’aperitivo si chiamava Barbagno costruito come un stanza da bagno. Dal soffitto sfrondavano saponi e spugne. I tavoli erano a forma di vasca e i camerieri erano vestiti con la divisa della squadra di baseball dei New York Yankees. Il nostro cameriere si chiamava Luigi, aveva baffi lunghi e sottili. Portava un taccuino verde su cui si annotava le ordinazioni. Era un tipo bizzarro perché incominciava a scrivere prima che tu iniziassi a ordinare e ci faceva sorridere: per questo si dice che scrivesse le caratteristiche dei clienti. Era un collezionista di segni particolari: si appuntava la maniera di sedersi delle persone, i gesti che facevano quando parlavano. Il locale è su via Eugenio Bussa ed è un composito ritrovo di abitanti della zona o di avventori che si svelano una fornita dispensa di manie per Luigi. Tutti i camerieri si muovevano con disinvoltura nel bagliore smagliante di questo bar travestito da toilette. Ad intaccare il brilluccichio c’erano i clienti che facevano rimpiombare il posto in una miscela di odori e voci che più si addice a un bar. La gente entrava e diceva in modo perentorio: un Borotalco, era Pernod 51, ribattezzato così per il suo colore bianco. Dopo averlo assaggiato e aver masticato tutta la sera l’odore dell’anice, siamo andati verso il Blue Note. Le serrande dei negozi erano abbassate e  tutte disegnate con graffiti. L’arte ha impregnato il quartiere: i suoi negozi, le facciate e le strade.

( Isola, Milano)

Usciti dal locale abbiamo attraversato un giardino con panchine colorate al suo interno. E ci siamo ritrovati in un ristorante che si chiama da “Penelope” che ricorda Itaca. Sull’uscio c’era un signore con il naso pronunciato che fumava una sigaretta, passandosi tra le mani una catenella per le chiavi che gli cadeva dal taschino. Dopo aver dato l’accendino a Giorgia, ci ha raccontato che ha una negozio di ferramenta in via Lagosta. Ha sempre abitato Isola fin da quando correva in macchina come dice lui : sfrecciavo per la città, ero il pilota della Banda dell’Aprilia Nera. Era stato un personaggio secondario di una dei gruppi più importanti della Ligera: la malavita milanese dell’immediato dopo guerra. Il loro capo era Enzo Barbieri che viene ricordato come un Robin Hood moderno. Il signore continua: “Enzo era il nostro capo. Aveva modi distinti, era sempre elegantissimo: il doppiopetto erano la sua cifra”. Isola era diventata la sua Sherwood in cui sfuggiva su un’auto targata 777: beffardamente era anche il numero del centralino della polizia. La banda era nata e cresciuta nel quartiere e le incursioni spesso finivano con la ridistribuzione del bottino tra la povera gente del quartiere. “Questo pezzo di città è sempre stato a modo suo, nella maniera dei suoi abitanti”. Ci saluta il signore che aspira a polmoni spiegati la sigaretta e guarda il cielo da solo: non è ancora arrivata la luna.

( Incognito, gruppo Jazz americano)

 

Al Blue Note suonavano l’Incognito , band inglese, che ha contaminato il jazz con il funk, proponendo il genere Acid Jazz. Conoscevo la loro canzone più famosa che era una cover di Steve Wonder : Don’t You Worry About a Thing. La serata era leggera e il fotografo ambulante fermava la nostra attesa scattandoci una foto in fila per entrare. Il locale ha un’illuminazione soffusa e una luce blu cade sul palco. Lo spazio, a primo impatto, sembrava grande ma quando ci hanno accompagnato al tavolo era come fossimo liberi da tutto. Il Blue Note ha il potere di lasciarti un angolo proprio in un posto pieno di gente. Sul nostro tavolo c’era un lampada verde che ti lascia guardare chi hai di fronte. All’improvviso è salito sul palco Bluey Marwick, fondatore della band. Nella sala scivolavano camerieri furtivamente, cercando di non invadere la tua perdizione nella marcata voce della cantante Maysa Leak. Ognuno mischiava la canzone dal suo angolo con tutto ciò che ha intorno: Ti si attacca attraverso la stanza in cui risuona. E in quel momento si ha la sensazione che tutto è lì perché in concerto con la musica: le luci, i camerieri e l’odore dell’amaro in bocca. “Its time to shine” , ripetuto da Mr. Marwick, riecheggiava in tutta la sala mentre la banda legava accordi utilizzati dal jazz con intervalli funky. Il risultato sono parti della melodia private della componente sofisticata: è un approccio più rude perché libero da virtuosismi. L’estensione funky rende il miscuglio di suoni meno limpido, più sporco ma attraente. Gli Incognito si sono portati via la serata e il Blue Note tutto il resto. E’ rimasto solo l’Acid Jazz che sembra ricordare il quartiere: gli accordi estesi e alterati del Jazz ,come i palazzi del Bosco Verticale, si mischiano a un suono più vero, non alterato e libero da virtuosismi, come Isola.

Finita l’esibizione, riattraversiamo via Borsieri. Riprendo il motorino scalcagnato e ripassiamo per la strada che collega il quartiere a Porta Garibaldi. Non si naviga un mare per tornare indietro. Basta solo passare un ponte e una ferrovia. Ma Isola rimane a Milano un canto libero che tocca vie strette e negozi pittoreschi, collegata da un ponte alla città.

 

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