Quando alla mia mostra venne Gorbaciov

Quando alla mia mostra venne Gorbaciov

Correva l’anno 1995. Una domenica mattina di marzo inauguravo una mostra, con altri due giovani artisti, allo Spazio “Sergio Valmaggi” a Sesto San Giovanni. Era quello il periodo in cui il mio lavoro si sviluppava sul recupero di materiali e l’intromissione di frammenti fotografici all’interno del quadro. Si mescolavano pittura e ritagli di pubblicità; volti presi da giornali e riviste si confondevano nel “magma” materico. In particolare, in quella mostra era esposto un quadro col volto di Susan Sarandon in bianco e nero che si staglia su pennellate di terra fusa insieme al colore. Dietro il volto, un fondo di color turchese uniforme, assoluto, a campitura piatta, che non ammette repliche. Il supporto: una vecchia tavola di legno con l’impronta delle rotaie di un trenino elettrico. Un’icona pop. Ho ancora quel dipinto, e lo conservo proprio perché è legato al ricordo di quel che accadde quella mattina speciale.

Ci avevano avvisati il giorno prima, che verso la tarda mattinata sarebbe arrivato alla nostra mostra – dopo un incontro con le cooperative di Sesto San Giovanni, la “Stalingrado d’Italia” – l’ultimo Presidente dell’Unione Sovietica Michail Gorbaciov con la moglie Raissa. Gorbaciov, Premio Nobel per la Pace nel 1990 aveva ormai concluso la sua presidenza da alcuni anni, quindi era venuto in Italia come comune cittadino, sebbene accompagnato da una delegazione russa.

( Michail Gorbaciov)

Sono passati venticinque anni da allora, ma nel 1995 era ancora fresca la vicenda della “guerra fredda”, della perestrojka, della glasnost, della dissoluzione dell’U.R.S.S. con l’abbattimento del muro di Berlino del novembre 1989. Gorbaciov, con la sua politica, era stato l’artefice di quel percorso che avrebbe mutato l’ordine mondiale in pochi anni. Basti ricordare lo storico trattato del 1987 con il presidente U.S.A. Ronald Reagan per l’eliminazione delle armi nucleari a raggio medio in Europa. Anni in cui ancora si viveva con l’incubo atomico che regolava l’equilibrio tra le due superpotenze.

Alla luce di tutto ciò, a me il solo pensiero che Gorbaciov venisse all’inaugurazione di una mostra di tre giovani poco più che ventenni, lasciava sbalordito.

Quella mattina ci saremmo incontrati e avremmo stretto la mano di chi fino a quattro anni prima era uno degli uomini più influenti e importanti del mondo intero. Un uomo che aveva cambiato il corso della storia.

Gorbaciov arrivò con Raissa. Uscirono i visitatori e noi tre artisti rimanemmo lì con le autorità locali di Sesto, i dirigenti del Centro Culturale, gli interpreti e i fotografi. Guardammo insieme la mostra. Ricordo la cordialità e la semplicità sorprendente di Gorbaciov, che ci fece i complimenti e gli auguri per la nostra attività, facendoci alcune domande sui lavori esposti. Dopo la foto ricordo, ci salutò, per proseguire con gli impegni della giornata. Quella è stata la prima volta che ho pensato come l’arte sia in grado di procurare gli incontri più inattesi.

E fu così che sotto lo sguardo degli occhi dell’americana Susan Sarandon, l’icona pop in bianco e nero davanti alla campitura uniforme turchese e circondata dall’impronta dalla pista del trenino, avvenne l’incontro con la grande storia. Una mattina di marzo a Sesto San Giovanni, la Stalingrado d’Italia.

 

( Susan Sarandon, Bianco e Nero)

 

Testo scritto e tratto dal libro di Giovanni Cerri,  Ultima Frontiera ( Le Lettere 2020)

 

 

 

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