Tre Poesie di Margaret Atwood

Tre Poesie di Margaret Atwood

MIA MADRE CONTINUA A DEPERIR

Mia madre continua a deperire e deperire

e a vivere e vivere.

Il suo cuore forte la guida

noncurante come un motore

di notte in notte.

Tutti dicono Non può andare avanti così,

ma lo fa.

È come vedere qualcuno annegare.

Se fosse una barca, si direbbe

che la luna filtri attraverso le scanalature

e che nessuno guidi il timone,

eppure, non si può dire alla deriva;

c’è qualcuno là dentro.

Gli occhi ciechi le illuminano la rotta

 

L’ANNO DELLA GALLINA

È giunto l’anno di scegliere,

di liberarsi, di restituire,

di setacciare i mucchi, i cumuli,

gli ammassi, le dune, i residui

, o, meno poeticamente, gli scaffali, i bauli,

armadi, scatole, angoli

di scantinati, cantucci e credenze –

le cianfrusaglie, in altre parole,

arrivate qui dentro, o conservate,

o ammassate, o depositate

da onde invisibili sulla mia strada.

Per esempio: due strati spessi

di vasetti di vetro vuoti per la marmellata

che preparavamo in estati ormai

svanite; un mucchietto

di buste di plastica; un ombrello marrone rotto

tanto prezioso quando era nuovo;

una scatola di cioccolatini con dentro mozziconi di pastelli

conservati per fantomatici bambini;

 

I POETI RESISTONO

I poeti resistono.

È difficile liberarsi di loro,

dio solo sa quanto ci abbiamo provato.

Li superiamo per strada

mentre sono lì con i loro piattini,

un’antica usanza.

Adesso dentro non vi è nulla a parte mosche secche e monetine false.

Guardano fisso davanti a loro.

Sono morti, o cosa?

Eppure, hanno lo sguardo irritante

di chi ne sa più di noi.

Di più riguardo a cosa?

Cosa sostengono di sapere?

Sputatelo fuori, urliamo.

Ditelo con chiarezza!

Quando cerchiamo una risposta semplice,

ecco che si fingono pazzi,

o ubriachi, o poveri.

Hanno indossato quei costumi

tempo fa,

quei maglioni neri, quegli stracci;

ora non riescono a toglierli.

E hanno problemi ai denti.

Questo è uno dei loro fardelli.

Dovrebbero andare dal dentista.

Hanno anche problemi con le ali.

Ultimamente non otteniamo granché da loro

al dipartimento di volo.

Non più voli, né splendori,

né canti.

Per cosa diavolo vengono pagati? (Se vengono pagati).

Non riescono a staccarsi da terra,

loro e le loro ali fangose.

Se volano, è verso il basso,

sulla terra umida, grigia.

Andate via, diciamo –

e portatevi la vostra noiosa tristezza.

Non siete graditi qui.

Avete dimenticato come dirci

quanto siamo perfetti.

Quanto l’amore sia la risposta:

quella ci è sempre piaciuta.

Avete dimenticato come adulare.

Non siete più saggi.

Avete perso il vostro splendore.

Ma i poeti resistono.

Se non altro sono tenaci.

Non riescono a cantare, non riescono a volare.

Si limitano a saltellare e gracidare,

a urtare contro l’aria

come se fossero in gabbia,

e a raccontare la vecchia storiella stantia.

Quando gli si chiede, rispondono

che quello è il loro dovere.

Caspita, se sono pretenziosi.

Sanno qualcosa, comunque.

Lo sanno.

Qualcosa che bisbigliano,

qualcosa che non riusciamo del tutto a sentire.

Sarà sul sesso?

Sulla terra?

Sulla paura?

 

Tratte da La Porta (Le Lettere, 2007)

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