Redazione Le lettere
 29/07/2021

Eravamo nella sala d’aspetto dell’aeroporto di Francoforte in attesa di essere imbarcati a bordo dell’aereo. C’era un cielo plumbeo quella lontana sera, ormai due ottobri fa. È stata la mia prima e unica fiera del libro a Francoforte. E dopo giorni di andirivieni negli stand di tutte le nazionalità, non immaginavo che l’incontro più significativo potesse avvenire in una sala d’attesa dell’aeroporto. Mentre aspettavo, ho riconosciuto nella fila davanti l’editore Roberto Calasso che stava osservando con attenzione un catalogo di una casa editrice francese: aveva un paltò verde scuro e indossava gli occhiali con la corda che metteva su a momenti alterni; un’aria totalmente immersa nella lettura gli conferiva una certa grazia contrapposta alla frenesia degli aeroporti. In quei mesi avevo appena iniziato a lavorare in casa editrice e mi resi conto che era un momento unico perché di fronte a me c’era la persona giusta, la migliore a cui chiedere come imparare a fare l’editore. Dopo una fase di stallo mi feci coraggio e mi avvicinai, e nel breve percorso che ci separava, cercai un aggancio per sottrarlo alla lettura del catalogo francese: mi sentivo come un rigorista che nella distanza percorsa tra il centrocampo e il dischetto soppesa le possibili soluzioni di tiro. Mi presentai dicendogli che lo ammiravo molto e che era particolarmente importante per me incontrarlo. L’Editore mi sorrise con cortesia e prima di salutarmi si accorse che avevo un piccolo libro che per l’agitazione mi ero scordato di tenere in mano. “Cosa leggi?”, mi disse guardando il libro con interesse. Il libro era un viaggio all’interno delle case editrici italiane che si intitolava Risvolti di Copertina in cui però non figurava Adelphi. Non ebbi neanche il tempo di rispondere che l’Editore con l’esuberanza e la curiosità di un bambino mi prese il libro dalle mani, gli diede un’occhiata e immediatamente scosse la testa: “Conosco questo libro”, disse, “chiesero anche a me di prendere parte all’iniziativa ma non ci pensai minimamente a fare entrare qualcuno in Adelphi e spifferare i nostri segreti”. Attribuì con poche parole alla casa editrice un tratto misterioso e letterario in cui si confezionano storie e intrecci da preservare. Mi resi conto che a breve tempo ci avrebbero imbarcato e, per non disturbarlo, lo salutai e gli chiesi se avessimo potuto scattarci una foto assieme perché mi rimanesse il ricordo di quell’incontro. Appena guardai la sua reazione, mi accorsi della mia scivolata tanto da sentirmi come uno che aveva appena chiesto a Charles Debussy di suonare Jingle Bells. L’Editore mi rispose dispiaciuto che non era il genere di cose a cui si prestava. Così tornai al mio posto mentre l’annunciatrice comunicò che il volo partiva con venti minuti di ritardo. Dopo qualche minuto, mentre tornavo alle mie sottolineature in penna, sentii un leggero tocco sul braccio, era l’Editore che mi disse: “Penso che quella foto potremmo farcela, venga a sedersi vicino a me”. A quel punto gli dissi che lavoravo presso la casa editrice Le Lettere e mi raccontò che la conosceva bene e che era molto grato alla famiglia Gentile. Nel 1944, infatti, in una Firenze occupata, Benedetto Gentile, figlio del Filosofo, facendo pressione sul prefetto aveva liberato dalla galera suo padre Francesco Calasso, allora prigioniero dai nazisti. Mi disse che, oltre a suo padre, fu scarcerato anche suo zio materno, che di cognome faceva Codignola, di origine ebraica. Dopo avermi raccontato quella storia, presi coraggio e finalmente gli chiesi come si impara a fare l’editore. “Per prima cosa sono uno scrittore”, rispose seccamente. Ci teneva molto a scindere i due aspetti. Lì pensai che la scrittura lo avesse portato a conoscere i libri da dentro. E allora domandai se avesse avuto qualche maestro e così ha risposto: “Non ho avuto maestri, per poco tempo ho conosciuto un uomo straordinario che aveva una conoscenza sterminata e leggeva in modo febbrile che si chiamava Roberto Bazlen. Ma l’editoria come tutte le cose si impara lentamente e con il tempo. Almeno così ho fatto io”.

In quella sera dell’Editore colpì quella sua empatia formale e distaccata, e soprattutto la grande capacità di incuriosirsi. Rientrati a Milano, ci salutammo sempre in attesa, aspettando le valigie. Ci scambiammo un sorriso che ora, come in quel momento, mi fa pensare che è stato davvero bello incontrarla caro editore Calasso.