Mario Bosincu
 16/02/2022

Nel maggio del 1954 Ernst Jünger intraprende il suo primo viaggio in Sardegna, spinto dal desiderio di sfuggire al mondo tecnicizzato moderno. Tale esperienza non è, tuttavia, priva di problematicità. Jünger è, infatti, consapevole del fatto che presto l’Isola subirà “l’annessione alla tecnica planetaria” e che essa è un microcosmo prossimo al tramonto in cui si vanno già moltiplicando i segni della modernità. In una pagina di diario scritta nel 1965, del resto, egli riassume il senso delle sue esperienze di viaggio con queste parole:

«la storia del viaggiatore […] all’interno di un mondo in rapida ed esplosiva trasformazione è contemporaneamente quella delle sue delusioni. Dovunque si volga l’homo ludens, si fa avanti a salutarlo l’homo faber. Viene in mente la gara di corsa della lepre col porcospino».

In Serpentara è tracciato un quadro efficace della Sardegna quale punto di intersezione tra un passato premoderno e la modernità tecnologica che sta avanzando tramite l’accostamento di due immagini: quella di alcune donne intente a portare l’acqua con delle anfore e quella della réclame luminosa di un negozio in cui fa bella mostra di sé un manichino. Un mondo artificiale, abbandonato dal sacro, in cui la luce elettrica “non illumina alcun santo”. Il mondo dell’operaio – termine usato dallo scrittore per indicare la forma antropologica tipica dell’età della tecnica – quale cantiere gremito di merci da cui è stata cancellata ogni traccia della trascendenza per opera della ratio tecnologica, che persegue il puro raggiungimento dei suoi fini annientando ogni altra dimensione di senso. La Sardegna appare, così, come un laboratorio in cui è possibile osservare il verificarsi accelerato di fenomeni connessi al processo di modernizzazione, il cui attuarsi, invece, in Germania ha richiesto un secolo. In questo senso, lo scrittore eleva la descrizione della profonda trasformazione che sta avvenendo in Sardegna al rango di parabola generale del dramma della modernizzazione, della sua annessione di uno spazio ancora vergine e dell’annientamento progressivo di un microcosmo premoderno, simboleggiato dall’ammutolire del canto “che ora dai mietitori e dai pescatori giunge sino alla duna”. La ‘svolta’ di Jünger risulta, quindi, evidente anche dai toni elegiaci con cui egli celebra un mondo arcaico, retto dal pater familias, e dal distacco dal sogno modernista di un mondo artificiale popolato di automi. Al tempo stesso, la natura gioca un ruolo essenziale negli scritti dedicati alla Sardegna. In Serpentara Jünger, raggiunta un’isoletta al largo di Villasimius, si inerpica entro uno spazio, circondato da rocce, verso il suo centro, in cui, nel pieno dispiegarsi di una natura feconda e policroma, si trova un castello in rovina. Egli ascende, pertanto, verso il punto in cui vita e morte si coappartengono e si generano l’una dall’altra, costruisce per il lettore una sorta di temenos e lo guida al suo interno, affinché questi, tramite l’attività solitaria della lettura, ripercorra il suo cammino, approdando così alla comprensione di una verità superiore di carattere ontologico. Entro questa prospettiva, è significativa anche l’immagine del “calvario” in cui biancheggiano i resti di animali marini divorati dai gabbiani: servendosi di tale termine, ed alludendo, quindi, alla passione e resurrezione di Cristo, Jünger presenta l’isola come il luogo dell’eterna morte e rinascita che si succedono nel cuore della natura, consapevole del fatto che lo Stige “è, insieme, acqua di vita”. Il viaggio in Sardegna è anche l’ingresso in un mondo primordiale, un’arena in cui avvengono “i ludi bellici ed amorosi di partner animali nel sogno della vita”. Alla figura dell’operaio, che domina e sfrutta la natura per mezzo della tecnica, subentra ora quella del pescatore, che, in San Pietro, diviene un essere irretito nella “festa” e nella “danza” organizzata dalla natura in un’epifania dello “splendore” e dell’“orrore” della “perfezione terrestre”, percepita dallo scrittore con esultanza vitalistica. La scena della mattanza, in cui la natura si autodivora e si strazia, si conclude, così, con l’immagine del tonno insultato, come Cristo dalla plebe, ad indicare di nuovo il ritmo di morte e rinascita che governa la vita. Non stupisce, quindi, che la figura del viaggiatore sia trasfigurata in quella di un homo religiosus, iniziato alla conoscenza del sacro quale Realtà della realtà. “In ogni viaggio”, infatti, scrive Jünger, “deve essere compreso un pellegrinaggio”, volto a raggiungere “un santuario terrestre” e ad avere accesso ai suoi “misteri”.

I volumi
Il volume raccoglie tre testi, San Pietro, Serpentara e Autunno in Sardegna, uniti da un filo rosso agli scritti dedicati alla Prima guerra mondiale che hanno reso famoso Ernst Jünger. Egli approda in Sardegna animato da quella stessa volontà di rinnovarsi interiormente tramite la fuga da una civiltà moderna “lontana dalla terra” che lo aveva condotto sui campi di battaglia.    
Ernst Jünger
A cura di Mario Bosincu
2020, pp. 102
ISBN: 9788893661430
€ 14,00
Vita Nova, 11
A cura di Mario Bosincu
2020, pp. 102
ISBN: 9788893661430
€ 14,00
Tornato in Sardegna nel giugno del 1955, Ernst Jünger espresse gratitudine nei confronti della sua «seconda grande madre, il Mediterraneo», trasfigurando così il viaggio nell’estatica regressione verso una dimensione mitica, numinosa ed archetipica.
Ernst Jünger
A cura di Mario Bosincu
2021, pp. 214
ISBN: 9788893662284
€ 15,00  € 14,25
Vita Nova, 13
A cura di Mario Bosincu
2021, pp. 214
ISBN: 9788893662284
€ 15,00  € 14,25
Arendt, Bataille, Beckett, Bernhard, Bigongiari, Blanchot, Campo, Caraco, Celan, Ceronetti, Cioran, Deleuze, Derrida, Heidegger, Husserl, Kafka, Jabès, Jankélévitch, Jaspers, Jünger, Lévinas, Marcel, Masini, Merleau-Ponty, Michelstaedter, Nietzsche...
Roberto Carifi
2000
ISBN: 9788871664903
€ 12,00  € 11,40
Contrappunto, 7
2000
ISBN: 9788871664903
€ 12,00  € 11,40