Mauro Visentin
 26/02/2022

La filosofia italiana degli ultimi due secoli, oltre a non godere, all’estero, di un grandissimo prestigio, non è stata mai, almeno fino a Croce e Gentile, caratterizzata da una particolare originalità teoretica, e anche nel caso dei due pensatori neoidealisti l’aspetto più decisamente e marcatamente speculativo delle loro filosofie è stato spesso frainteso o dissimulato sotto una fitta coltre retorica che ne ha talvolta nascosto gli aspetti più tormentati e problematici. Nella seconda metà del secolo scorso, poi, il progressivo distacco dall’eredità idealistica si è tradotto, ben presto, in una corsa alla “scoperta” e all’acquisizione di tutto ciò che, su questo terreno, l’Europa aveva, nel frattempo, prodotto. A questa voga (e, per certi aspetti, anche foga) transnazionale del pensiero italiano del secondo dopoguerra si sottrae, almeno in parte, la filosofia cattolica. Un esponente della quale, Gustavo Bontadini, cerca di riproporre una versione culturalmente e filosoficamente aggiornata della metafisica classica facendo leva proprio sulla tradizione neoidealistica italiana e in particolare sull’attualismo di Giovanni Gentile e sulla sua “radicalizzazione” problematicistica avviata da Ugo Spirito. Partendo da qui – da Bontadini di cui era allievo, dal problematicismo di Spirito e da Parmenide al quale Bontadini si era rifatto per rifondare la metafisica sulla base dell’impossibilità che l’essere fosse originariamente delimitato dal nulla – Emanuele Severino ha, tra il 1948 e il 1964, dato corpo alla sua filosofia neoeleatica. Ma lo ha fatto rovesciando l’uso di Parmenide e il senso del richiamo al suo pensiero che avevano contraddistinto la posizione di Bontadini e che in lui avevano la funzione e lo scopo di introdurre il principio di creazione: se l’essere non può essere originariamente delimitato dal nulla occorre interpretarlo in modo che esso, nella sua veste ontica e finita, provenga sempre dall’essere e sia delimitato dall’essere, ma da un altro essere, infinito, divino e perciò creatore. Per Severino, al contrario, che l’essere, nella sua dimensione ontica e molteplice, non possa essere delimitato dal nulla e provenire dal nulla significa che non può provenire neppure da un altro essere (unico e infinito), perché in tal caso esso proverrebbe, comunque, dal nulla: dal nulla che tale ente era prima di essere creato. Perciò, assumere fino in fondo, fino alle sue estreme conseguenze, adottandolo con una coerenza assoluta e senza compromessi, il principio parmenideo equivale, per lui, a sostenere che l’essere, in tutte le sue forme, quindi ogni essere, vale a dire ciascun ente, senza alcuna distinzione, è eterno e immutabile. Ma come si può rendere compatibile, a questo punto, la verità, che attesta il carattere eterno e immutabile di tutti gli enti, con l’evidenza sensibile (che Severino considera altrettanto innegabile), la quale, invece, degli enti, delle cose che appaiono, mostra la mutevolezza, il cambiamento, e, soprattutto, la nascita e la morte? Questo è il vero punctum dolens della filosofia di Severino, quello al quale egli ha dedicato forse i suoi sforzi teoretici maggiori, le sue migliori energie, le sue più inesauste risorse speculative, ritornando costantemente a precisalo, a perfezionarne il significato, a chiarirne il concetto. La soluzione del problema si ottiene, a suo giudizio, attraverso l’elaborazione di una nuova e sorprendente (cosa che non vuole per forza dire anche: convincente) ermeneutica dell’apparire. In breve: il divenire degli enti, attestato dall’evidenza empirica (e per questo innegabile) non va interpretato come il loro provenire dal nulla, per farvi, alla fine, ritorno, annullandosi, ma come la vicenda del loro apparire e sparire, del manifestarsi e smettere di manifestarsi del loro essere eterno, che preesiste alla loro manifestazione e che non cessa di essere con la loro scomparsa. Pensare altrimenti, interpretare, come l’Occidente (ma anche l’Oriente) ha sempre fatto, il divenire in chiave ontologica (nel senso, cioè, di un passaggio dal nulla all’essere e dall’essere al nulla) significa pensare che l’essere sia nulla, dando luogo non solo a una forma di totale alienazione del pensiero, ma, nello stesso tempo, alla lunga stagione della follia estrema del nichilismo, che troverà il suo compimento nell’età della tecnica, il cui dominio ha progressivamente conquistato tutta la Terra. Con questo tratto di epocalità conferito al suo pensiero Severino è senza dubbio riuscito non solo a rivitalizzare una filosofia speculativamente ormai esangue, ma ciò che più conta, a riaprire, in Italia, una stagione filosofica della quale da tempo si erano smarrite le tracce: quella caratterizzata dal Grande Stile, dal pensare, cioè, filosoficamente in grande. E lo ha fatto con riconosciuto e indiscusso successo.

Mauro Visentin

I volumi
Premessa di MASSIMO FERRARI ALDO BRANCACCI La filosofia antica nel «Giornale Critico». Contributo a una storia. LORIS STURLESE La storia della filosofia medievale. SEBASTIANO GENTILE Umanesimo e primo Rinascimento. SAVERIO RICCI Dal tardo Rinascimento a Vico. CARLO BORGHERO Cartesio nel «Giornale Critico» di Giovanni Gentile e Ugo Spirito (1920-1979). ALESSANDRO OTTAVIANI La storia della scienza. LUCA FONNESU Tra Kant e Schelling:...
2021, pp. 225
ISBN: 9788893662994
€ 35,00  € 33,25
Giornale critico della filosofia italiana, XCX, 2
2021, pp. 225
ISBN: 9788893662994
€ 35,00  € 33,25