Sinossi

La poesia di Montale assomiglia allo specchio di Fichte, dove il pensiero riflette se stesso. L’ “io sono io” sembrava una tautologia ed era l’antinomia germinale della conoscenza. Il primo io è inconsapevole di sé, il secondo non più. In Montale, la poesia che pensa se stessa si moltiplica in un vortice concentrico di io e tu, dove il pensiero, non sapendo giungere al quid definitivo, si muove nell’altalena delle antinomie: una sorta di originale applicazione dell’evoluzione creatrice di Bergson. Le api nell’ambra, visibili e nascoste, non sono più le damigelle costumate, che credeva il Marino della prosa del Seicento, sono psichi catturate nelle volute dei versi, come il beccaccino di de Pisis nel paretaio, che ogni nuova lettura riporta nel flusso. La metafisica di Montale è una forma perfezionata di realismo: pesca le essenze in quello che Hölderlin aveva chiamato il fondo dell’anima. Hölderlin era ripartito da Echkart, da un misticismo intellettuale radente il nichilismo; dalla disfatta della presa logica affiorava l’allusione analogica: il modo necessario di pensiero che urge nella poesia. E’ così che Montale porta alla collimazione l’eternità e l’istante attraverso la loro comune impossibilità di essere pensati: “l’eternità d’istante” della Bufera.

Autore

Andrea Gareffi, oltre a qualche scritto in rivista su Montale, ha pubblicato nel 2002, Montale. La casa dei doganieri. Si è occupato di diversi autori italiani dall’Umanesimo al Novecento.