Sinossi

Questo volume analizza il pensiero religioso di Pietro Giannone (1676-1748) quale è espresso nella sua opera fondamentale, il Triregno, e ne correla nel contempo i tratti salienti a quegli autori moderni cui viene fatto costante, anche se non sempre esplicito, richiamo: Spinoza, Le Clerc, Simon, Marsham, Spencer, Pufendorf, Barheyrac, Toland da un lato, Huet, Alexandre, Deyling, dall’altro. Esaminando e confrontando le “storie sacre” dell’antica tradizione ebraica (e in particolare il Pentateuco) con le “storie profane” dei primi popoli della Terra, Giannone individua nitidamente l’immagine “terrena” dell’umanità semi-primitiva, compresi gli stessi ebrei: rare cerimonie esterne e poche dottrine essenziali, nessuna idea di immaterialità e immortalità dell’anima, nessun riferimento trascendente per regolare la condotta morale, ricorso incondizionato a “mille favole e portentosi racconti”. Una visione eterodossa che porta l’intellettuale napoletano alla disincantata certezza del declino inarrestabile di ogni manifestazione religiosa, una volta che abbia acquistato forme istituzionali e lasciato cadere nell’oblio il proprio contenuto originale, naturale e ragionevole.