Sinossi

L'opera fu pubblicata per la prima volta nel 1916 e successivamente, vivente il Gentile, conobbe 3 edizioni, l'ultima delle quali nel 1937. Fu tradotta in spagnolo nel 1942. Secondo il progetto elaborato tra gli anni Quaranta e Cinquanta dalla "Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici", "I fondamenti della filosofia del diritto costituisce" il vol. IV delle "Opere sistematiche" del filosofo. Inizialmente il volume raccoglieva un corso di lezioni, tenute nell'anno accademico 1915/16, per gli studenti della facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Pisa. Fu poi successivamente arricchito di nuovi capitoli, con saggi degli anni Trenta. Nonostante i diversi interventi, il volume ha una sua innegabile coerenza di fondo, utile altresì a comprendere la natura delle scelte politiche del filosofo. Nella configurazione definitiva del volume il filosofo spiega che lo spirito, in quanto farsi, non è semplicemente attività pratica, bensì attuazione della realtà morale. Il diritto, pertanto, non deve essere concepito come fatto, come ciò a cui necessariamente occorre adeguarsi, bensì, nella intrinseca relazione dialettica del valore teoretico con quello morale, come realizzazione dello spirito, quindi del bene. Pertanto l'individualità particolare non può che continuamente risolversi nella sostanza universale attraverso la volontà, la quale garantisce la libertà dell'atto del soggetto. La vera legge è, quindi, quella che veramente si vuole e che esiste in interiore homine e non inter homines.

Disponibile in ebook: http://digital.casalini.it/9788860876065

Autore

Gentile, Giovanni. - Filosofo e storico della filosofia (Castelvetrano 1875 - Firenze 1944). Discepolo alla Scuola normale superiore di Pisa di D. Jaja (che lo avvicinò al pensiero di B. Spaventa), di A. D'Ancona e di A. Crivellucci; professore nelle università di Palermo (1906-13), Pisa (1914-16), Roma (dal 1917); direttore (1929-43) della Scuola normale superiore di Pisa, di cui promosse l'ampliamento e lo sviluppo; collaboratore con B. Croce per un ventennio nella redazione della Critica e nell'opera di rinnovamento della cultura italiana; fondatore (1920) e direttore del Giornale critico della filosofia italiana; ministro della Pubblica Istruzione (ott. 1922 - luglio 1924); senatore del Regno (dal nov. 1922); socio nazionale dei Lincei (1932); presidente dell'Accademia d'Italia (dal nov. 1943). Considerò il fascismo come il continuatore della destra storica nell'opera del Risorgimento, e ad esso aderì; ma si tenne lontano, soprattutto nella collaborazione intellettuale, da ogni intransigenza verso persone di opposti convincimenti. Dopo essere stato ministro della Pubblica Istruzione, abbandonò la politica attiva, dedicandosi, oltre che agli studî, alla promozione e organizzazione d'imprese culturali (tra cui l'Enciclopedia Italiana, di cui fu anche il direttore scientifico). Il 24 giugno 1943 riapparve alla ribalta politica con un discorso sul Campidoglio, in cui auspicava, come italiano e "non gregario di un partito che divide", l'unione di tutte le forze per la salvezza del paese, che era sull'orlo della sconfitta. Nella seconda metà di novembre fu nominato da B. Mussolini presidente dell'Accademia d'Italia, trasferita in quei frangenti a Firenze. E a Firenze fu ucciso da un gruppo di giovani aderenti ai GAP (gli scritti suoi di quel tragico periodo furono poi raccolti dal figlio Benedetto nel volume: G. Gentile: dal discorso agli Italiani alla morte, 1950).