Flegrea Inc. - Montella Daniela - TFR#3

Flegrea Inc.


Il racconto è il vincitore del contest Work/Lavoro

La prima cosa che dico sempre è che i lampadari normali, quelli appesi a un filo, sono i migliori. Per questo gli alloggi della Flegrea Inc. ne sono provvisti.
Vivere su un vulcano attivo tira dei brutti giochi alla tua mente. Alzare lo sguardo serve a leggere la situazione in modo imparziale. Il lampadario è fermo: tutto a posto. Il lampadario oscilla: devi scappare. È più economico di un allarme.

“Questa casa è un piccolo gioiello”, dico, “arriva anche un po’ di luce naturale.”

La giovane coppia squittisce di contentezza. Sono belli. Lavorano sodo e si tengono per mano. Hanno un ottimo Punteggio Produzione e, per questo, possono permettersi il lusso di scegliere un alloggio.
Ho pensato che avrebbero apprezzato certi dettagli.

“Da qui potete raggiungere la vostra postazione in trentadue minuti esatti.”

A volte qualche esplosione sotterranea fa tremare il pavimento. Senti un leggero spostamento della sedia, una botta sotto i piedi. Nei periodi di calma capita dalle cinque alle dodici volte al giorno. Guardare il soffitto e leggere i segnali del lampadario diventa un’abitudine. Niente falsi allarmi, niente sirene spiegate nel vuoto (e, per noi, niente multe per interruzione della catena produttiva). Puoi vivere serenamente.

Nascere e restare in vita è un dovere. La legge parla chiaro, e la legge è lo specchio del sentimento popolare. Lo afferra, lo elabora, lo esalta e lo rispedisce al mittente. Nel nostro caso il sentimento è: tutti dobbiamo soffrire. Soffrire è divino. Soffrire ci porta a Dio. Una fabbrica esplosa, ad esempio. Un rullo compressore che ti schiaccia in un amplesso mortale. Un’impalcatura traballante. Una fornace bollente che ti accoglie come una bocca spalancata. Cavi scoperti. Se il giudice decide che non potevi proprio fare a meno di morire, allora hai diritto a un loculo.
“La cucina.”

Sono un fiero sostenitore delle morti innocenti per rabbia. Le morti per tetano mi insospettiscono, ma sulla rabbia non ho mai dubbi. Sono stato un addetto alla Catena di Montaggio della grande Flegrea Inc. prima di essere trasferito all’Ufficio di Assegnazione degli Alloggi. So cosa vuol dire restare fermi alla catena di montaggio mentre i topi ti corrono tra i piedi. Un movimento sbagliato e sei spacciato. Ma non hai tempo per farti curare né per farti le analisi; quindi, per sapere se si trattasse o meno di un topo infetto devi solo aspettare.

Penso che i morti per rabbia siano sempre innocenti, anche quando sono giovani. Questo stupisce quasi tutti. Sia chiaro: chi muore prima non ha comunque la mia pietà.

Se muori prima soffri di meno. Morire prima è restare lontani da Dio. Morire prima è un attestato di disistima da parte di Dio. È una recisione prematura. Un “non eri abbastanza per me”. E su questo siamo tutti d’accordo. Quello che dico io è che si può essere indegni e innocenti al tempo stesso. E, secondo me, è il fulcro della nostra Grande e Nuova Società: avere pietà anche per chi Dio ci indica come schifoso.

Apro il frigorifero. È di un beige molto elegante.

“Anche questo è in dotazione per gli operai.”

La coppia si avvicina. Entrambi, a turno, ci infilano la mano come per saggiarne la capacità di raffreddare, nonostante sia spento. Sembrano felici. Lei appoggia la mano sul ventre rigonfio, come per accertarsi che anche il suo Dono possa approvarne le funzionalità. Le mancano tre dita della mano destra.

“Di qua ci sono il bagno e la camera da letto.”

Anche il bagno ha un lampadario a filo. Non è convenzionale, ma non possiamo permetterci eccezioni. Se muori perché il lampadario si è mosso e sei rimasto in casa – vuoi per la paura, vuoi perché preferisci lasciarti schiacciare dalle macerie – niente riposo tra i degni. Ma se muori perché hai una plafoniera in bagno e non ti sei accorto subito del pericolo, il guaio lo passiamo noi.

“Il cestino antiodore per gli scarti organici è già installato.”

Squittiscono ancora.

“La camera da letto...”

L’entusiasmo della coppia mi appaga.

Il lampadario oscilla. Lo noto subito. Loro si tengono per mano a fissarlo senza muoversi, confusi e ammutoliti dalla terra che trema. È un segnale che non conoscono. D’istinto, stringo l’impugnatura del mio bastone.

“Meglio uscire.”

Approfitto dell’occasione per mostrare loro le procedure di emergenza. La casa è in una buona posizione: i venti portano lontano i fumi tossici. La terra non trema tanto forte da anni. Il livello di rischio è accettabile. Ecco a cosa porta un buon Punteggio Produzione. Sono certo che, da oggi in poi, lavoreranno più motivati.

*

La terra trema sempre. “Dorme e russa” è diventato il mio motto.
*

Tre anni dopo, il complesso affacciato a sud-est è considerato uno dei più produttivi. La motivazione è alta. Il tremore della terra diventa una normalità, così come gli orari dei nuovi turni. È tutta una questione di abitudine.

*

Passano altri due anni.
Gli orari di fabbrica sono aumentati di nuovo: 6:00-12:00/1:00-21:00.
La richiesta è alta, servono lavoratori nuovi. Lavoro all’assegnazione degli alloggi con più slancio.
Sempre sia lodato.

*

L’anno dopo vengono costruite altre fabbriche a sud-est. Il grande, nuovo complesso sovrasta tutti gli altri. Un gioiello di architettura moderna. Lo guardo con ammirazione: mai, ai miei tempi, avrei pensato di vedere un simile capolavoro. Ho le lacrime agli occhi.

*

Le nuove ciminiere svettano nell’aria come dita puntate al cielo. Adamo che riceve il tocco di Dio.

*

Cinque anni dopo gli orari di fabbrica sono aumentati: 6:00-12:00/12:15-21:15.
La produttività è divina.

*

“Dovrai rialloggiare tutti.”
“Come?”
“I vecchi palazzi occupano troppo spazio. Gli operai dormiranno in fabbrica fino a nuovo ordine. Nuovi palazzi. Più alti, più efficienti. Dormitori e spazi comuni.”
“E la motivazione degli operai? La loro privacy?”

Quando hanno dovuto tagliarmi la gamba sinistra per liberarla da un macchinario, e mi hanno dovuto trasferire all’Assegnazione degli Alloggi, ho chiesto di poter lavorare dal pomeriggio stesso. È forse per questo che il mio capo non se la prende e, anzi, ridacchia divertito della mia insolenza. Me ne vergogno.

Sento il tremolio della terra attraversare il legno lucente del mio bastone.
*

Letti a castello in lunghe file, bagni e cucine in comune. Tutto incomune. Una famiglia sempre presente. Fratelli. Una comunità stretta. Nessuno può capirci, nessuno può giudicarci, nessuno può scalfirci. Dio è con noi. Preghiamo.

*

L’unica cosa che posso fare è accertarmi che tutti gli operai si trovino nelle stesse stanze con quelli che erano i loro vicini di casa.
Per dar loro un senso di appartenenza.

*

Il vescovo declama l’omelia con il megafono. La voce è ovattata per il fazzoletto bagnato che gli copre la bocca e il naso. È in piedi sul tetto del camioncino dell’esercito. Sarà sicuramente una sensazione, ma lo vedo traballare. Dopo vent’anni di russate, la terra si è concessa un lungo sbadiglio con tanto di voltata nel letto. Si sta ancora assestando.
Cammino ricurvo. Il mio bastone si fa largo tra i cumuli di detriti e cenere. Venti piani di dormitorio sono caduti alla prima scossa. Le urla e i lamenti si sono sentiti per tutta la notte. Poi, alle prime luci dell’alba, hanno cominciato a scemare. Come se la notte si fosse portata con sé le anime. Sento il capo lamentarsi.

“Perché nessuno è andato nei bunker?”

Perché i lampadari che oscillano non fanno rumore, penso, ma non lo dico.
Siamo rovinati.

La grande scavatrice tira su un nuovo cumulo di cadaveri e macerie. Arti, torsi e teste spaccate. Pietre ancora scivolose per la materia grigia. Una distesa di macerie color sangue rappreso. Gabbiani che banchettano. Agito il bastone per disperderne uno. Stava beccando due mani vecchie, ritorte e piagate dagli anni di fabbrica, rimaste miracolosamente intatte alla caduta e alle mura che hanno schiacciato il resto dei corpi. Due mani che si tengono strette. Una grande e pelosa che ne stringe un’altra, piccola e minuta, a cui mancano tre dita.