La grande macchina - Sandra Branca TFR#3

LA GRANDE MACCHINA

atti di storie intestine

Il racconto è stato finalista del contest Work/Lavoro


il ritmo, circadiano. accordarsi al sorgere del sole come gli animali le piante le neurospore. una patina grassa invisibile colorava la pelle la stoffa. tra il dito medio e l’anulare, dove la dura spina dorsale della foglia veniva presa e spezzata alla base con un solo gesto, lì, lasciava un segno: un leggero incavo nella pelle, un colore di terra bruciata indelebile per l’intera estate. un promemoria, un segno identificativo.

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disposte dalle più grandi alle più piccole, in fila a formare un segmento, le foglie lungo la circonferenza della macchina: un grande disco tondo di metallo, come un tavolo, alto fino all’addome. un rumore simile a un masticare d’ingranaggi. l’ago, lungo affilato, saliva scendeva, cuciva le foglie assemblate, il tavolo tondo girava. le mani - attenzione - le macchine non sentono il dolore. irrisorio il compenso per le estati bruciate, uno scherno sullo sfondo. nel campo accanto, il tocco della pallina da tennis sul rettangolo arancio. però il sole rosso basso all’alba, la strada larga curva vuota, in due in motorino, senza casco, controvento. si apriva immensa, sembrava un mare.

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per stirare la macchina a base circolare, dal cui piano si alzavano dritte gambe verticali, di metallo, bidimensionali, posizionate al rovescio, col piede in alto. infilarci un calzino. infilare sfilare impilare. gira la ruota per una nuova gamba. infila sfila impila. neppure per spostare lo sguardo, per pensare: bruciarsi è un attimo, poi resta il segno sul braccio, come alle mucche il marchio. così che in piedi, ore otto a volte dieci, unica funzione il contare delle paia, dei pacchi da dieci da fascettare. essere o non essere complementare alla macchina. quanti al minuto in mezz’ora in un’ora, ogni ora, per otto ore almeno. dieci per dieci all’ora cento, in un giorno ottocento, come minimo, senza rallentare, senza scottarsi. una mattina davanti alla macchina svenni.

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le scadenze alitano addosso caselle da riempire, piani da compilare. le ore eccedute per terminare. la pressione provoca scompensi, vertigini, notti insonni, palpitazioni, nervosismi. genericamente stress. in constante stato di alterazione, le abitudini ammalano. nelle poche ore d'aria, di adrenalina che cala, non si fa in tempo a capire, a riprendersi prima di ricominciare. devo ritenermi pure fortunato, non lamentarmi, di questi tempi averne è un lusso. pensa cosa sarebbe alla mia età ritrovarmi senza niente, come successo a M., pensa lo schianto, il pianto. non mi lamento.

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gli appartamenti affittati a ridosso del mare erano lerci. si era in gruppi di quattro o cinque, rigorosamente donne. gli spostamenti più veloci in macchine piene di secchi, panni, detersivi per pulire, sgrassare, spazzare, riordinare. pavimenti e frigoriferi luridi di liquidi lasciati cadere, cucine incrostate. incomprensibile il ritmo serrato, una competizione contro chissà cosa. contro il tempo, forse, ma il tempo vince sempre, morde pezzi della giornata, una volta ancora, ingurgita nell’oblio questa ennesima non-storia.

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le chiamate fuori porta, fuori città; dove autobus di linea blu alle cinque e trenta per raggiungere la provincia, persa. collezione di contratti di un giorno o due, per anni. svegliarsi e non sapere nell’impasto della precarietà. non una questione di scelta ma di soldi, i soldi però non seguivano mai il ritmo. dice che pagheranno a settembre, forse, intanto però l’affitto, la spesa, il vino da emicrania, due euro a bottiglia dal paki, i viaggi nel limbo del non poterselo permettere, intanto, la sveglia, l’ansia che stringe la gola nel sonno - potesse finalmente - il concorso, la prova, tentare l’uscita.

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è buio ma è di nuovo giorno. colazione, zaino, corri lavala portala lasciala, lavora, torna, in smart, intanto riordina pulisci fai la spesa cucina passa in farmacia, c’è la coda, vai a prenderla, in ritardo ovviamente poi di corsa a nuoto, musica, karate, ma lei corre solo per gioco, vuole il parco, il verde, l'aria. conta le donne, la resistente sproporzione nella cura, nel tempo di attenzione perenne. la cura non dorme, non ha pause, malattie, ferie. è sempre più sola. ha però un lavoro in ufficio, in aula, in negozio, altrove. due lavori in uno, una prerogativa tutta femminile, dev’essere un fattore genetico.

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di non averne, del pagamento rimandato, del conto quasi a zero, di non guadagnarne abbastanza, di starci troppe ore, dell’invadenza nella vita privata, nei sogni negli incubi, di tormento per la vita privata di tempo, di tempo libero per vivere leggere andare al cinema prendere un gelato scopare, esistere in quanto persona e non macchina, codice a barre, oggetto, ingranaggio, elettrodomestico, cosa. per il salario, sparito in un soffio. per la matrioska dorata di comode gabbie, una serie tv, un quadretto di cioccolata, l’aspirapolvere di ultima generazione, a rate, un nuovo paio di scarpe per non si sa quale occasione, per distrarsi scrolla la pagina, la polemica con cui affermarsi, mentre domani giunge, tale e quale. disarmati dalla stanchezza. le immagini richiedono meno tempo, sostituiscono le parole.

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Pulsa, cresce, respira. La grande macchina si nutre di microrganismi che la abitano, minuscoli, invisibili, senza parola. Operano ciclicamente la catena dei ciechi sul tornante e l’illusione liquida delle abitudini. Solo nel sogno un barlume di manovra si accende, nel mondo parallelo dove un avatar simula una vita, una storia.